Il vero populismo di Beppe Grillo

Quando Grillo chiedeva di raddoppiare il prezzo della benzina (e come la cosa non sarebbe tanto male per la mobilità romana e nazionale)

Ora le definisce una truffa ma, prima dell’entrata in campo e dell’inevitabile deriva populista, il caro Beppe nel 2005 la pensava ben differentemente e diceva una cosa più che condivisibile: “le tasse sui carburanti non esistono per malvagità dei ministri delle finanze”, ma servono ad internalizzare gli enormi costi sociali/ambientali della mobilità privata e disincentivare i consumi; raddoppiando il prezzo dei carburanti, scriveva sempre Beppe sul suo blog, i consumi verrebbero dimezzati in maniera praticamente indolore.

Cerchiamo di capire che ragionamento faceva Grillo prima della fondazione del movimento. Ogni studente al primo anno di economia studia l’esistenza di “esternalità”, termine che si riferisce agli effetti di un attività economica che influenzano il benessere di qualcuno “esterno” alla transazione di mercato. Tra i vari esempi, praticamente tutti i libri di testo utilizzano l’uso dell’auto privata: i costi sulla comunità dati dall’inquinamento, la congestione e gli incidenti stradali non vengono contemplati nelle transazioni private e non vengono quindi prezzati correttamente dal mercato. Soluzione? I testi, anche i più liberali, propongono più o meno le stesse cose: o si regolamenta (con ZTL, targhe alterne etc.) o si introduce una tassa.

Quest’ultima è la soluzione più gradita dagli economisti poiché “internalizza l’esternalità”, fa pagare cioè il costo esterno/sociale/ambientale al privato e da un aiutino al mercato senza interferire più di tanto (e si possono imporre diversi tipi di tasse a seconda dell’esternalità che si vuole contrastare: una Congestion Charge stile Londra si concentra sui danni dati dalla congestione in una determinata area, l’accisa sui carburanti sull’uso generale dei mezzi privati motorizzati, dall’inquinamento al mantenimento di strade, ospedali etc.) Non a caso ci sono diverse forme di carbon tax proposte da economisti provenienti dall’intero spettro politico, da Mankiw a Krugman, passando per imprenditori non proprio interventisti come Elon Musk o Bill Gates. Oltre ad internalizzare l’esternalità, la tassa ha infatti anche il vantaggio di generare risorse necessarie a finanziare alternative alle attività dannose.

Nel caso specifico delle automobili, si ha oltretutto la possibilità di poter tassare fortemente senza diminuire il benessere totale: come faceva notare il più giovane e radicale Grillo, un prezzo più alto incentiva le case automobilistiche a produrre motori più efficienti e costringe poi i consumatori a comprarle, senza che si rinunci per forza al mezzo privato. Bisogna inoltre considerare il forte legame tra consumi e status sociale: dai potlach alle code di pavone, passando per i più moderni SUV placcati in oro, l’ostentazione degli sprechi di energia e risorse fa parte, purtroppo, dei mezzi usati in natura per sbandierare la propria affluenza. La “cilindrata” e il consumo di carburante/energia sono infatti associati allo status, con buona parte dei consumatori che non cerca l’auto dai minori consumi, ma quella più grande e potente che ci si può permettere (evitando ovviamente biciclette e trasporto pubblico…robe da poracci). Essendo la ricerca dello status quello che gli economisti chiamano un “gioco a somma zero”, dove cioè ogni beneficio corrisponde a una perdita, l’abbassamento dei prezzi dei carburanti porta solo ad un aumento delle dimensioni e cilindrate del parco macchine senza un vero aumento del benessere (invito a farsi un giro per Mosca, dove la benzina a 50 centesimi ha solo alzato la media delle cilindrate e delle dimensioni, facendo diventare i SUV quasi normalità, e costringendo i ricchi a differenziarsi con modelli ancora più appariscenti ed energivori).

Non ha quindi alcun valore il fatto, trito e ritrito, riproposto a intervalli regolari da articoli e post populisti vari, che una parte (praticamente irrilevante) di queste accise è stata introdotta per emergenze e guerre ormai finite: la tassa è lì per sistemare un’imperfezione del mercato, e il suo ammontare dovrebbe essere valutato con analisi economiche, non con inutili ricerche storiche. Non a caso le accise sui carburanti sono presenti in tutta Europa (e non è vero che l’Italia ha le accise più alte: in Olanda e Danimarca la benzina è più cara, mentre a Malta, Svezia e Gran Bretagna il diesel costa di più)

Le accise sui carburanti non sono quindi una truffa, come afferma ora il caro Beppe, e la tassazione è uno strumento utilissimo nel disincentivare il trasporto privato motorizzato e nel creare risorse potenzialmente utili al finanziamento di alternative. È preoccupante questo cambiamento nella linea del partito/movimento sindaca della capitale, considerando la situazione tragica della mobilità romana, dove la tassazione potrebbe essere un mezzo fondamentale nel curare il rapporto malato tra romano e la sua maghena, togliendogli magari, con le risorse generate, anche la scusa di un servizio pubblico non funzionante.

 

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