Confessioni di un Ciclista Romano

 

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Niente scatena l’odio dell’automobilista medio come la vista di noi ciclisti, anche perché siamo praticamente sempre nell’atto di violare una qualche regola stradale o del buon costume: dall’attraversamento sulle strisce “senza scendere dalla sella”, allo scaccolamento libertino non parzialmente occultato da un abitacolo come da galateo, passando per il classico semaforo rosso non rispettato, le manifestazioni di inciviltà dei nostri mostri a due ruote sono oggetto di giuste rabbie e frustrazioni. I media tradizionali rimangono però asserviti alla nostra potente lobby, tanto che riusciamo a censurare il naturale dissenso, come con la chiusura della simpatica pagina Facebook “investi il ciclista”, dove almeno si aveva la possibilità di dare sfogo al tanto odio represso.

Da ciclista urbano e romano, responsabile di numerose e pericolosissime infrazioni giornaliere, volevo cercare di spiegare che tipo di ragionamenti e razionalizzazioni avvengono nella nostra mente contorta, sondando i processi mentali che utilizziamo per giustificare i nostri continui attacchi all’altrimenti quieto vivere cittadino. Per prima cosa, milioni di anni di evoluzione hanno impresso nella nostra mente malata un inutile istinto di sopravvivenza, il quale ci porta a fare scelte che diminuiscano la probabilità di un nostro decesso anticipato. Non rispettiamo il rosso e partiamo prima, ad esempio, per cercare di evitare di fare da interno sandwich a scattanti scooteroni e furgoncini dall’autista whatsappante; non a caso molte città, tra cui Parigi, Brussel, San Francisco e molte città tedesche e olandesi, hanno ceduto alla nostra lobby e ci hanno ufficialmente liberato da questo fardello.

Spesso pensiamo quindi di sopperire alla mancanza di una regolamentazione un minimo bike friendly con interpretazioni arbitrarie e personali del codice stradale. Il tutto viene poi rafforzato dal nostro rinomato snobbismo intellettualoide – inevitabile vista la natura radical chic del nostro mezzo – il quale ci porta spesso ad inquadrare il problema in una cornice forse troppo ampia, a volte anche ideologica. Scavando nella storia scopriamo, ad esempio, che il concetto e reato di jaywalking, l’attraversamento pedonale della strada al di fuori delle strisce, è stato creato ad hoc dall’industria automobilistica negli anni 20 come risposta al crescente dissenso degli americani nel vedere spazi pubblici convertiti in pericolose piste per le nuove rombanti autovetture. (Come ci racconta in questo bell’articolo la BBC. Anche oltremanica i ciclisti schizzati stanno prendendo il controllo…)

Oltre a queste inutili indagini storiche sulle origini di un codice stradale “macchinocentrico”, frutto a nostro parere di interessi specifici e di propaganda, la nostra indole radical chic, e la conseguente disponibilità di tante ore di nullafacenza, ci porta a fare anche inutili riflessioni etico-filosofiche sulla necessità o meno di rispettare regole e restrizioni esistenti solo a causa di oggetti che non possediamo e di comportamenti che non abbiamo. Viene da se, infatti, che se non vi fossero mezzi motorizzati il codice stradale potrebbe essere riassunto in una riga: non fare lo stronzo. Senza contare che le infrazioni del ciclista, nel 99% dei casi, portano solo un maggiore pericolo per sé stesso: la bici è un mezzo praticamente inesistente e che riesce a fermarsi in pochi metri, non uno scatolone d’acciaio che pesa tonnellate e che sfreccia a velocità elevate (quando non è nel traffico).

Purtroppo però sembra che questi nostri ragionamenti malati inizino a far presa sul resto della popolazione e sui legislatori. Le varie richieste di regolamentazione, dall’introduzione di targa e assicurazione per ciclisti e, perché no, per pedoni particolarmente prestanti, passando per l’obbligo di casco o a divieti di alimentazioni aerofagiche, sono state tristemente ignorate, lasciando le città italiane in mano a noi teppisti a due ruote. Privati di simpatiche pagine Facebook e ignorati da legislatori prezzolati, non vi resta che continuare a dare fiato ai vostri clacson e inveire ad ogni nostro minimo accenno di infrazione.

 

 

 

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