Immigrazione e Brexit: il miserabile dibattito italiano

La Brexit aveva riacceso un interessante dibattito oltremanica sul fenomeno dell’immigrazione, spesso con un’utile impostazione pragmatica e non ideologica. Qui in Italia rimaniamo invece impantanati alle ruspe di Salvini o al Nostra Patria è il Mondo Intiero della pseudosinistra italiota: guai a fare analisi serie e non ideologiche su un fenomeno così importante, ci si deve accontentare del solito noioso dibattito tra il leghista xenofobo e il buonista radical chic piddino (con le varie sfumature del nostro spettro politico). Proverò quindi a fare qualche semplice considerazione economica e magari un po’ di chiarezza, evitando comunque questioni sociali più complesse come la sicurezza o l’integrazione.

Devo iniziare con l’ovvio argomento standard del radical chic, divenuto ormai un assioma economico: gli immigrati aumentano la forza lavoro, fanno crescere l’economia e sono quindi una risorsa per il paese. Altrettanto ovvia è però l’obiezione: aumentando la popolazione è quasi inevitabile che l’economia cresca, bisogna però vedere se il benessere della popolazione aumenta o meno. Il PIL aumenterà sicuramente, ma del valore pro capite, quello che riflette un minimo il benessere effettivo, non se ne è così certi.

E neanche uno studio che dimostrasse una correlazione positiva tra immigrazione e pil pro capite sarebbe utile al dibattito, visto che il valore aggregato non permetterebbe certo di valutare se ci fossero perdenti e vincenti nella popolazione, aspetto molto importante. Per questo sono stati interessanti alcuni degli studi fatti prima del voto in Gran Bretagna, con l’agenzia di rating Moody che cercava di spaventare gli elettori descrivendo l’ipotetica catastrofe finanziaria che il Brexit avrebbe scatenato. Nella sua apocalisse, Moody non ha potuto però evitare di fare una semplice considerazione economica: l’eventuale diminuzione dell’immigrazione avrebbe ridotto la domanda per acquisti e affitti delle case, riducendone i prezzi, e aiutato quindi chi è in affitto o ha intenzione di comprare casa.


Si ignora infatti spesso il profondo cambiamento che l’immigrazione può portare alla scarsità relativa dei mezzi di produzione, fattore fondamentale nella determinazione di rendite e salari. Aumentando l’immigrazione e l’offerta di lavoratori non qualificati, la teoria economica ci dice che abbasseremo inevitabilmente i loro stipendi; al tempo stesso, mantenendo il numero di case costmatteo-salvini-posa-il-fiascoante, aumenteremo la domanda e quindi il prezzo o affitto. In questo caso, il proprietario di case avrà a disposizione mano d’opera a prezzi inferiori (il muratore polacco o la donna di pulizie rumena) e una nuova fonte di domanda per gli affitti (il muratore polacco o la donna di pulizie rumena), mentre il lavoratore non qualificato locale verrà pagato meno e avrà costi maggiori.

È forse un analisi semplicistica e statica, che non prende in considerazione la dinamicità dell’economia. Ma anche altri studi empirici più approfonditi sull’immigrazione non negano la presenza di perdenti, ma si limitano a cercare di dimostrare che sono maggiori i benefici complessivi dei vincenti (come ad esempio i lavoratori qualificati o i consumatori di prodotti/servizi con buona percentuale di input di manodopera non qualificata).

Non a caso le destre italiane, anche quando al governo, a fatti concreti e non a parole, non hanno mai fatto molto contro l’immigrazione: a livello economico, chi ha capitale umano o fisico ha solo vantaggi dall’immigrazione, e per le grandi compagnie un aumento della popolazione significa una crescita del mercato e dei profitti, oltre a una possibile riduzione dei costi della manodopera. Non sorprenderebbe quindi vedere il crescere, in Europa come in Italia, di nuovi vari partiti di destra e anti immigrazione, con un elettorato spesso rappresentato proprio da quelle fasce di popolazione che hanno da perdere dal flusso incontrollato di nuova manodopera non qualificata. Il tentativo però di sfruttare l’ignoranza del proprio elettorato e l’impostazione ideologica generale rendono difficile per molti inquadrare il problema correttamente, facilitando la triste deriva verso posizioni razziste e xenofobe.

Perché invece le sinistre, che difendono, in teoria, le fasce meno abbienti e sono da loro votate, non si sono mai scagliate contro questo fenomeno? Semplicemente per la zavorra dell’eredità storica che ancora si portano dietro, fatta di un utopistico internazionalismo ideologico, giusto e bello a livello teorico e intellettuale, ma altrettanto irrealizzabile e infantile in un contesto moderno. Se analizzassero invece razionalmente il fenomeno si renderebbero conto di andare, ancora una volta, contro gli interessi dei loro amati lavoratori.

Abbiamo quindi il difficile compito di scrollarci di dosso sia il buonismo sinistroide che la xenofobia ruspante salviniana. Altrimenti non potremo mai analizzare la questione razionalmente, capire chi sono veramente i perdenti e i vincenti, e intervenire con politiche appropriate.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s