Uber Vs Taxi: meglio Multinazionali Cattive o Kaste Lobbiste?

Il dibattito evergreen sulla liberalizzazione del mercato dei taxi – con l’entrata di Uber e compagnia bella- è quello che in inglese si chiama un no-brainer: una situazione per la quale non c’è bisogno di un cervello per essere compresa. Non importa infatti che tu sia di destra, sinistra, salviniano islamista o grillino democristiano, l’unico motivo per difendere la situazione attuale, e non volere una liberalizzazione, è essere uno dei pochissimi a trarre vantaggio dallo status quo (e vedremo come anche molti tassisti non facciano parte di questa categoria).

Se sei una persona “di destra” hai la vita facile, visto che praticamente ogni libro di testo di teoria economica usa i taxi come esempio di mercato inefficiente. Nei primi capitoli si impara infatti che limitando il rilascio delle licenze e prestabilendo tariffe e regolamentazioni, non si da la possibilità alle sacra interazione tra offerta e domanda di fare il suo naturale corso, realizzando l’incubo degli economisti: le code, sia di taxi in cerca di clienti che viceversa, e rendite economiche ingiustificate.

Se il libro di testo è un po’ datato, si noterà poi che le obiezioni storiche alla liberalizzazione del mercato sono ormai superate dal progresso tecnologico. Grazie al GPS non c’è più bisogno di un tassista che conosca a fondo le strade della città, i pagamenti elettronici (i quali stanno venendo imposti dagli stessi consumatori) rendono il tutto tassabile con facilità, e la sicurezza dei passeggeri è garantita dalla tracciabilità di ogni transazione. Nei paesi con regolamentazioni più liberali il sogno di molti economisti si è quindi realizzato: gente qualunque s’improvvisa tassista  e aumenta l’offerta a seconda delle richieste di mercato, con tanto di variazioni nelle tariffe a seconda delle fluttuazioni della domanda (il tanto famigerato “surge pricing”), il tutto con tassi di incidenti e situazioni problematiche simili a quelle dei taxi tradizionali.

Una persona “di sinistra” ragionerebbe in maniera diversa ma non dovrebbe pensarla poi tanto differentemente. Mettiamo che ci siano due realtà: da una parte una cooperativa di autisti –  chiamiamola Taxi Popolare –  in cui disoccupati e sottooccupati possono entrare senza nessun costo, e che si occuperebbe di trovare i clienti e gestire il servizio trattenendo un 20% delle entrate; dall’altra una lobby cartellista dei taxi protetta dallo stato, a cui è possibile entrare solo pagando ingenti somme (più o meno legalmente), e che tiene artificialmente alte le tariffe penalizzando i consumatori e la mobilità urbana. Sorpresa sorpresona: Taxi Popolare non è altro che Uber, il quale grande sbaglio è stato forse quello di scegliere un nome un po’ troppo nietzschiano (Lyft è già un pochino meglio); mentre la lobby cartellista – linguisticamente parlando di questo si tratta, non si può obiettare la cosa – è l’attuale insieme di tassisti e pseudo cooperative.

Se sei un “grillino” poi non vedo come si possa evitare di criticare il Movimento per la sua difesa a spada tratta di quella che è palesemente una Kasta. Difendere i tassisti, come ho già detto, significa fare gli interessi di quei pochi possessori delle licenze (che spesso non sono neanche i tassisti stessi), ed essere contro il restante 99.9% della popolazione a cui è negata una facile fonte di reddito (in questi tempi!) o che non può usufruire di tariffe più basse e un servizio migliore.

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Oltre ad essere un no-brainer dal punto di vista economico, la situazione lo è anche da quello ambientale (tema in teoria molto caro al Movimento). Gli italiani hanno un numero di macchine per abitante (vedi grafico) di molto maggiore alla media europea (e Roma è prevedibilmente una delle peggiori città). Ovviamente una riduzione del prezzo dato da una liberalizzazione porterebbe molta gente a rinunciare a questa grande spesa (che, una volta fatta, da poi un forte incentivo ad usare l’auto anche quando non serve). I nuovi “tassisti”, inoltre, avrebbero un forte incentivo ad usare macchine dai consumi e costi minori, come ibride o elettriche, le quali hanno spesso costi iniziali ancora troppo elevati per chi fa un uso limitato e privato.

Bisognerebbe poi cercare di avere un minimo di visione a lungo termine (richiesta forse utopistica visto la dinamicità dei nostri legislatori rispetto allo sviluppo tecnologico). Le macchine senza autista sono ormai una realtà: da Uber stessa a Google, passando per la Ford che promette di iniziare le vendite entro il 2021, la tecnologia è già praticamente disponibile e testata (solo in California, le driverless cars di Google hanno fatto più di 1 milione di km). Inquadrando bene la situazione, appare quindi ovvio che proteggere i tassisti dallo sviluppo tecnologico è come fermare l’acqua con le mani. Se avessimo pensato solo al brevissimo termine, concentrandoci sui danni economici a una piccola fetta della popolazione, avremmo forse ancora un divieto sull’uso della ruota, volto a difendere il lavoro della dei “poveri trascinatori” di sacchi. E non sono poi tanto ironico: i tassisti a New York stanno veramente facendo lobby per bandire le auto driverless.

E il famoso tassista che ha fatto un muto per prendersi la licenza? Ovvio che chi ha pagato lo stato per entrare in un mercato ristretto deve essere  compensato quando poi quel mercato viene liberalizzato. Anche se bisognerebbe districarsi tra le varie compravendite semi-legali che sono avvenute, e capire chi ha avuto plusvalenze eccessive (e spesso non tassate). Ovviamente però non possiamo rimanere fossilizzati al taxi bianco solo per non far perdere l’investimento a qualche (rumoroso) sprovveduto.

La soluzione non è però delle più facili. Come in ogni situazione di rent-seeking, chi beneficia delle rendite e della protezione statale avrebbe grosse perdite, concentrate nel  breve termine e su un numero ristretto di persone, se si alterasse lo status quo; i benefici di una liberalizzazione sarebbero certo maggiori, ma più a lungo termine e distribuiti su tutta la popolazione, diluiti quindi a tal punto da non dare molto incentivo a scendere in piazza e bloccare le città per chiedere cambiamenti. E’ importante quindi capire l’entità dell’enorme danno alla collettività che questo comunque inutile tentativo di mettere freno al progresso tecnologico sta avendo, nella speranza che anche il restante 99% della popolazione inizi ad essere minimamente agguerrita quanto loro.

 
(Piaciuto il post? Un bel like alla nostra nuova pagina non dispiacerebbe. Non fate i tassisti)

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