La Divina Commedia (Seconda Stagione – Canti I, II e III)

“Nel mezzo del cammin di nostra vita,

mi ritrovai per una selva oscura…”

“Eh, un po’ di pelo li giù è sempre buono” interruppe un tizio dai folti capelli bianchi e dal baffo amichevole. Il poeta fiorentino fissò in silenzio per qualche istante il misterioso personaggio, studiandolo attentamente. Indossava quello che sembrava un elegante completo, con tanto di cravatta nera luccicante al collo, e sorrideva imbambolato, fissandolo divertito.

“E’ forse lei lo sommo saggio, inviatomi da li piani alti, per proseguire, una seconda volta, quest’impervio viaggio?” domandò infine il poeta, felice di avere anche questa volta una guida spirituale nell’arduo cammino.

“Questo non credo” rispose lui, allargando ulteriormente il sorriso.

Il poeta rabbrividì d’istinto a quell’uso così inusuale della lingua italica a lui tanto cara. “Questo non credo?” ripetette quindi a bassa voce, come per sperare in una correzione da parte del misterioso personaggio.

“Sommo saggio non credo. Al massimo senatore a vita…non proprio in vita però” rispose sghignazzando vistosamente. Lo afferrò quindi a braccetto e lo spinse a proseguire verso un colle poco al di fuori del boschetto dove si erano incontrati. Il poeta si arrestò però dopo pochi passi, impaurito dalla vista di tre animali dalle sembianze vagamente antropomorfe: una leonessa dagli spaventosi occhi a palla, una lonza inferocita dal muso eccessivamente allungato, e una lupa indescrivibilmente orripilante.

“Amiche care, fateci passare, un gran viaggio attende qui il nostro caro poeta” esclamò la guida con tono deciso. Queste però risposero con una serie di versi raccapriccianti: la leonessa ruggì profondamente distendendo la zampa anteriore destra in avanti, la lonza sibilò mettendo in mostra un’inusuale lingua biforcuta, mentre la lupa si concentrò semplicemente in un orrido sguardo.
“Non sono degno, misteriosa guida dal linguaggio bizzarro, di intraprendere nuovamente il faticoso viaggio” esclamò impaurito il sommo poeta, cercando di adattare la parlata all’interlocutore. “Già in passato, quando ancora in vita, mi ritrovai ad esplorare quest’ostico luogo, fonte di dolore e disperazione. Imparai molto e ne nacque la famosa commedia, tanto amata con passione da studiosi di tutto il mondo quanto odiata con fervore dagli italici liceali, ma ho ormai già narrato il narrabile e vorrei tornare al mio eterno riposo a li piani alti.”

“Questo non credo” sentenziò nuovamente l’uomo baffuto. “Te avrai forse descritto i peccatori della corrotta Firenze antica, come Nerone il superbio e Tarquinio il Tasso, ma adesso siamo ad altri livelli, non conosci certo la corruzione dell’Italia moderna…i twit di Gasparri, i selfie con dittatori dell’est o la perversione della natura umana data dalla tentazione del sacro vitali…”

“Vitalisssssio!” gridarono inferocite le tre bestie, sibilando la esse rumorosamente. La guida si girò quindi verso di loro e disse: “Leonessa Meloni, Lonza Santanché e Lupa Bindi, ve lo dico da amici, fateve li cazzi vostra, e dateci il passo.”

“Fateve…li cazzi… vostra” ripetette istintivamente il sommo poeta, osservando la reazione delle tre bestie, le quali iniziavano ad allontanarsi, contorcendo il viso in numerose smorfie. S’incamminarono quindi verso quella che il poeta ricordava essere l’entrata del terribile luogo dove si accingeva, dopo tanto tempo, a rientrare. Avvicinandosi riuscì finalmente a mettere a fuoco la maestosa scritta e rimase stupito nel vedere una strana modifica, aggiunta in malo modo con rozze pennellate . “Lasciate ogni speranza di vitalizio voi ch’intrate” lesse quindi ad alta voce.

“Eh così fa più paura” commentò la guida, percepita la perplessità del poeta.

“Ma, questo…vitalizio, che diavoleria sarà mai?” domandò il fiorentino intimorito.

“Amico mio, il vitalizio è tutto, il vitalizio è per sempre…una vita senza vitalizio che vita è?” rispose la guida frettolosamente, prendendolo a braccetto e attraversando con passo deciso l’entrata.

Pensava di essere più preparato, questa volta, per ciò che lo aspettava varcata la soglia dell’entrata, ma una volta all’interno il sommo poeta ebbe comunque un sussulto e l’istinto di ritornare sui suoi passi. Il rumore dato dalle grida di disperazione era ben più assordante di come si ricordava, mentre un’improvvisa ondata di calore gli rese difficile il respiro, tanto che gli sembrò che lo spazio disponibile ai dannati fosse in qualche modo diminuito. Si rese però conto che questa sensazione era invece data dall’incredibile aumento di dannati, ora costretti alle loro pene in una condizione di ressa continua.

Spinto a proseguire dalla guida, osservò inorridito l’intreccio disordinato di corpi estendersi per l’intera distesa; notò però che se da una parte l’affollamento rendeva il supplizio più crudele, con i dannati in costante lotta per lo scarso spazio, dall’altra diminuiva anche l’efficienza della pena, vista l’impossibilità di insetti e demoni vari di svolgere a pieno le loro mansioni in quel groviglio di persone.

“Amico caro, lo so, sembra quasi la fermata della metro A di Termini nell’orario di punta,” commentò la guida “noi però c’abbiamo provato a sfollare un po’…indulti svuotainferi, ampliamenti abusivi e condonati… ma ne arrivano sempre troppi…”

“E quelli lì, che inseguono la grande insegna, tormentati da insetti vari, son sempre gli ignobili ignavi?” domandò il poeta indicando i dannati.

“E leggila la scritta sull’insegna, amico caro!” rispose la guida.

“Fatte…li…cazzi…tua” lesse lentamente il sommo poeta.

“Fatte li cazzi tua!” ripetette in tono deciso la guida. “La stupenda massima di vita di ogni ignavo! Così bella che è ormai filosofia di vita di un po’ tutti noi italiani, mio caro, tanto che qui all’antinferno accettiamo solo gli ignavi di prima categoria.”

“E quelli lì, legati al suolo e bendati, calpestati con furia dagli scalcianti ignavi, non li ho di certo visti prima.”

“Eh quelli sono nuovi,” rispose la guida sorridendo “gente che come tutti in vita si faceva giustamente li cazzi sua, cambiando però posizione e schieramento a seconda dei bisogni; ora sono costretti a restare legati al terreno, fermi sulla stessa posizione per l’eternità. Li chiamano… ‘trasformisti’.” Abbassò quindi il tono di voce e disse: “pensa che se qui non avevo un compito più importante, forse stavo lì con loro.”

Al sentire la propria lingua violentata in quel modo, il poeta fiorentino perse i sensi e si accasciò al suolo. Rinvenne solo dopo qualche minuto, sulle rive di un fiume torbido, con la guida che gli gettava le acque calde e maleodoranti sul volto per farlo riprendere. “Dove siamo, cara guida? Siamo forse giunti sulle rive del maestoso Acheronte?” domandò infine, cercando di rimettersi in piedi.

“Tevere, si chiama così ora, amico caro. Mette più paura! Bande della Magliana, Buzzi e Carminati… vuoi mettere? E poi chi l’ha mai sentito questo Acheronte?”

Proprio mentre terminò la frase, apparve un’enorme imbarcazione stracarica di anime, con il traghettatore a poppa che intervallava le lente remate a dei rumorosi e feroci colpi sui dannati. Era però ben diverso da come il sommo poeta lo ricordava: sembrava decisamente più giovane, senza la caratteristica lunga barba bianca, mentre il torso era coperto da un’oscena felpa verde e una smorfia crudele metteva in mostra numerosi denti dorati.

“A lui no pasagio!” esclamò irabondo il traghettatore una volta in prossimità dei due, indicando con il dito il sommo poeta, e sputando copiosamente dalla bocca. “Già pogo posto per dannadi nostri in inferno nostro! No vogliamo gende de li piani alti a prende nostro posto! A casa loru!”

Entrambi rabbrividirono a quella parlata così raccapricciante, fatta di un misto dei peggiori accenti delle popolazioni migranti verso la penisola italica.

“Matteo caro,” rispose allargando le braccia la guida, “anche qui con sta storia! Non ti è bastata la punizione eterna che ti hanno dato eh? Amico te lo dico d’amico, fatte li cazzi tua e facci passare.”

Il traghettatore sbraitò nuovamente e colpì con ancora più ferocia i dannati davanti a lui, per poi fermarsi e avvicinarsi alla riva nel posto dove lo attendevano i due.

Un terremoto scosse però profondamente la terra, seguito da un forte vento e da lampi improvvisi, così violenti da far perdere nuovamente i sensi al sommo poeta.

(Fateve li cazzi vostra e seguiteci su Facebook o Twitter per i prossimi canti)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s