Confessioni di un Radical Chic

Vista la popolarità del termine, prima o poi doveva succedere: qualche giorno fa sono stato anch’io accusato di essere un ipocrita Radical Chic. Dopo aver asciugato le lacrime con il mio fazzoletto di seta orientale, ho cercato di consolarmi con la constatazione che ormai l’espressione è bella che inflazionata, tanto da descrivere chiunque si azzarda a manifestare un minimo di eticità senza però fare l’asceta sul cucuzzolo di una montagna abruzzese.

Cercherò comunque di rispondere a questa accusa e, da bravo Radical Chic, mi toccherà attaccare un bel pippone etico-filosofico a la Fusaro. Non essendo però un classicista come il sommo filosofo, non potrò affidarmi ai suoi amati “lo Aristotile” e “lo Platone” ma dovrò contare su gente più fresca e moderna.

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Radical Chic sul suo tipico mezzo di spostamento: un motoscafo a 450 CV

Una prima ovvia obiezione a questa onnipresente accusa ad hominem ce la offre John Rawls: secondo il filosofo americano, nel determinare la moralità delle scelte politiche, bisogna mantenere un “velo d’ignoranza” rispetto a qualunque aspetto della propria persona. Nel valutare le regole del gioco di una società giusta, bisogna quindi necessariamente sforzarsi di essere “ipocriti” e cercare di avere a cuore l’interesse di chi non appartiene alla propria estrazione sociale, etnia o sesso. Insomma, anche se sono un maschio bianco non devo essere per forza uno schiavista sessista.

Ma la critica più importante si incentra sulla confusione che gli accusatori di radicalchicchismo fanno tra comportamenti individuali e considerazioni politiche collettive. Da economista non posso che tirare in ballo la Teoria dei Giochi: buona parte delle scelte etiche che facciamo ogni giorno possono essere infatti rappresentate con una matrice simile a quella del famoso Dilemma del Prigioniero. Il Dilemma del Prigioniero è una situazione in cui le scelte individuali dei giocatori, anche se dettate da strategie ottimali (“dominanti” in gergo), volte cioè a massimizzare il proprio benessere/profitto, portano a un equilibrio collettivo inefficiente.

Ma facciamo qualche esempio:

radicalchic2.png

  • Biglietto mezzi pubblici: ho due scelte, comprare il biglietto o fare il portoghese; nel mio migliore outcome io faccio il portoghese mentre tutti gli altri pagano (fornendo le risorse necessarie per un buon servizio); lo stesso vale anche però per tutti gli altri individui visto che la strategia dominante è quella di non pagare. Equilibrio di Nash: nessuno paga il biglietto e il servizio è scadente (quadrante in basso a destra, modello ATAC)
    • Soluzione: controllori che, a suon di multe, spingono verso equilibrio ottimale dove tutti pagano (quadrante in alto a sinistra)
  • Sosta selvaggia: posso parcheggiare bene o male, e il mio migliore outcome sarebbe quello in cui io sono l’unico a parcheggiare male (troverei parcheggio prima e non avrei gli effetti negativi su congestione e sicurezza della sosta selvaggia); lo stesso vale però per tutti gli altri, e l’equilibrio di Nash è visibile a Trastevere un qualunque venerdì sera.
    • Soluzione: vigili che multano e spingono verso l’equilibrio ottimale (meno congestione e più sicurezza per tutti)
  • Evasione: pago le tasse o evado; il mio migliore outcome? Io sono l’unico a evadere e tutti gli altri pagano le tasse (garantendo servizi etc.). Idem per tutti gli altri però, e l’equilibrio di Nash è dato da evasione alta, tasse alte per compensare, stato malfunzionante e servizi scadenti. 
    • Soluzione: controlli efficienti, evasione bassa o nulla.

Sono solo 3 esempi ma il dilemma del prigioniero è in moltissime nostre situazione sociali e politiche, dagli orari di apertura dei negozi allo spreco di risorse per l’ostentazione del proprio status, passando per il protezionismo e la corsa alle armi. In tutte queste situazioni c’è la possibilità di essere quello che Dawkins definisce come “sucker”(fesso): colui che fa la scelta “giusta” per la collettività ma rimane fregato dalla natura del gioco e dal comportamento degli altri.

Il sucker è quello che prende l’abbonamento dell’atac e si ritrova autobus malfunzionanti stracarichi di portoghesi; o quello che evita di parcheggiare male anche se sa che i vigili a Roma sono figure mitologiche; o quello che fa la differenziata anche se il vicino tira le batterie usate dal balcone.

Non voglio assolutamente dire che il comportamento del sucker sia sbagliato, irrazionale e inutile: faccio io stesso il sucker in molte situazioni, e i suckers sono quelli che purtroppo mandano spesso avanti la baracca con la loro incapacità a comportarsi non eticamente. Resta però il fatto che gli equilibri ottimali possono essere raggiunti solo con la cooperazione forzata data da legislazione e controlli. Sperare che l’educazione, l’aumento di un immaginario “senso civico”, porti a un aumento dei suckers fino al raggiungimento di equilibri ottimali non è realistico e ignora l’esistenza di forti incentivi alla non cooperazione.

Cosa c’entra tutto questo con l’abuso del termine Radical Chic? Viene dato del Radical Chic a chiunque sceglie di non fare il sucker a livello individuale ma che comunque propone soluzione collettive per spingere verso “equilibri ottimali”. E’ vero che in parte bisognerebbe “dare l’esempio”, ma fare il sucker è un sacrificio completamente inutile in un contesto in cui non vi è una visione globale del problema.

Riassuntino del video: per non essere incolpati di produrre troppa immondizia (abbandonando costose pratiche come quella sacrosanta del vuoto a rendere), varie corporation americane hanno creato campagne sociali per “responsabilizzare” il consumatore, rendendolo il solo colpevole

Come per quanto riguarda il tema dell’inquinamento(vedi video qui sopra), l’attenzione viene intenzionalmente divertita sull’individuo, colpevolizzato proprio per distrarre dalle cause del problema e delle sue soluzioni, le quali sono necessariamente di natura collettiva. L’accusa di essere Radical Chic è quindi solo la forma più trendy del momento per screditare l’interlocutore ed evitare un vero confronto sugli argomenti.

 

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